Italia
Sapere libero per tutti

OKCon 2013 deadline estesa al 31 maggio 2013!

05/24/2013 in events, Open data

Cari OKFnari italiani e non, l’appuntamento con OKCon si rinnova il 17 e 18 settembre 2013 presso il  CICG – Centre International de Conférence de Genève a Ginevra. Per chi avesse intenzione di partecipare alla conferenza, organizzata da Open Knowledge FoundationOpen Knowledge Foundation Switzerland con il supporto del governo svizzero e Lift Events, ricordiamo che la scadenza per l’invio delle proposte è stata estesa al 31 maggio.

okcon

Qui trovate le pagina relative alla Call for Proposals,  le FAQ e il submission form.  Quest’anno tra gli speaker è prevista la presenza di Ellen Miller, direttore esecutivo di Sunlight Foundation. Un video interessante:  http://www.youtube.com/watch?v=QV7oDV0Doqw

Su Twitter seguite @OKCon, l”hashtag ufficiale è #okcon, per domande basta scrivere a  info@okcon.org.

La vendita di biglietti Early Bird resterà aperta fino al 23 giugno. Registratevi!

 

Il diagramma OpenGov in italiano!

05/06/2013 in Open data, Open government

Qualche mese fa gli amici di OKF France hanno tradotto l’Open Government Diagram realizzato da una ONG francese attiva nel campo dell’open government, Démocratie Ouverte.  Il diagramma integra le tre dimensioni dell’open government e graficamente è molto efficace.

Il diagramma è disponibile su Flickr dove tra poco comparirà anche la nostra versione italiana. Come vedete è già stato tradotto in inglese, portoghese, spagnolo e arabo.

Qui la nostra versione:

Diagramma-Open Government

 

I due autori Armel Le Coz e Cyril Lage hanno anche lanciato recentemente Parliament & Citizens, una piattaforma che mira al coinvolgimento dei cittadini nell’attività di preparazione di bozze di leggi.

Se avete idee o desiderio di modificarlo o migliorarlo contattateci. Ma soprattutto REUSE IT!!!

La nuova direttiva PSI: buona come sembra?

04/24/2013 in Licenze, Open data, PSI, Riuso

Il seguente testo è una libera traduzione dell’articolo originale: http://blog.okfn.org/2013/04/19/the-new-psi-directive-as-good-as-it-seems/

Uno sguardo ravvicinato alla nuova direttiva PSI di Ton Zijlstra e Katleen Jansen

image by European People’s Party CC-BY-2.0, via Wikimedia Commons

ll 10 Aprile, la Vice Presidentessa della Commissione Europea, Neelie Kroes, responsabile dell’Agenda Digitale Europea, ha annunciato che gli Stati Membri dell’Unione Europea hanno approvato un nuovo testo per la direttiva PSI. Quest’ultima disciplina il riuso delle informazioni del settore pubblico, altrimenti note come Open Government Data.

Nel presente post, daremo un’occhiata ravvicinata alle novità richiamate dal comunicato stampa del Consiglio Europeo, facendo una comparazione con l’attuale formulazione della direttiva PSI. Basiamo questo lavoro di confronto sul testo (ancora non ufficialmente pubblicato) risultante dal trilogo (incontro a tre tra Parlamento Europeo, Commissione Europea e Consiglio Europeo ndR) finale del 25 Marzo e apparentemente accettato dagli Stati Membri la settimana scorsa.

L’ultimo passaggio adesso, dopo il nulla osta degli Stati Membri, è l’adozione dello stesso testo da parte del Parlamento Europeo, che si presume non avrà da obiettare, essendo stato parte del trilogo. Il voto in Commissione ITRE (Industria, Ricerca, Energia, ndR) è previsto per il 25 Aprile, mentre il voto in seduta plenaria del Parlamento per l’11 Giugno. Gli Stati Membri avranno in seguito 24 mesi per recepire la direttiva all’interno del proprio ordinamento, pertanto dovrebbe divenire operativa da una parte all’altra dell’Europa verso la fine del 2015.

Il parametro degli Open Data

L’attuale Direttiva PSI fu emanata nel 2003, molto prima che il movimento Open Data emergesse e fu scritta avendo in mente per lo più le “tradizionali” e già esistenti modalità di riuso dell’informazione pubblica. Questa nuova Direttiva PSI sarà ampiamente giudicata dalla più ampia comunità Open Data: a) considerando quanto bene si muova verso l’individuazione degli Open Data come la norma, nel senso indicato dalla Open Definition e b) considerando in che misura li renderà obbligatori per gli Stati Membri.

Questo significa che qui vengono in rilievo la portata e i diritti d’accesso, nonché i meccanismi rimediali ove tali diritti siano negati, le pratiche relative ai costi ed alle licenze così come gli standard e i formati. Analizzeremo questi aspetti punto per punto:

Diritti d’accesso e portata

  • La nuova Direttiva PSI estende il suo ambito applicativo a musei, biblioteche e archivi; comunque a tali soggetti si applica un insieme di eccezioni e regole meno restrittive;
  • La nuova Direttiva si fonda, come la precedente, sulle normative nazionali esistenti concernenti il diritto di accesso, la privacy e la protezione dei dati. Ciò significa che racchiude il riuso nel contesto di quanto è già soggetto a pubblicazione e in alcun modo rende obbligatoria la pubblicazione pro-attiva;
  • Il principio generale per il riuso è stato rivisitato. Laddove la vecchia direttiva descrive i casi in cui il riuso è stato consentito (facendolo dipendere dall’approvazione e quindi dalla scelta degli Stati Membri o dei singoli enti pubblici), la nuova direttiva chiarisce che tutti i documenti rientranti nel suo ambito applicativo (ossia pubblici per legge) devono essere riusabili per fini commerciali e non commerciali. Questa è l’origine dell’affermazione del Commissario Neelie Kroes secondo cui “un diritto autentico al riuso dell’informazione pubblica, non presente nella Direttiva del 2003” è stato creato. La vecchia regola si applica tuttavia a musei, biblioteche e archivi: il riuso dev’essere prima autorizzato in questi casi (eccezion fatta per i contenuti culturali che sono stati “aperti” dopo lo spirare dei contratti di esclusiva – vedi oltre).

Chiedere documenti da riutilizzare e rimedi contro il diniego

  • Le modalità con cui i cittadini possono richiedere la fornitura di documenti per il riuso, nonché il modo in cui gli enti pubblici possono rispondere, non sono cambiati.
  • I sistemi rimediali disponibili per i cittadini sono stati specificati un po’ più dettagliatamente. E’ precisato che una delle modalità di rimedi contro il diniego deve svolgersi davanti “un’imparziale autorità nazionale di riesame con appropriata competenza”, deve essere “rapido” e la decisione all’esito del procedimento dev’essere vincolante “come nel caso dell’Autorità nazionale antitrust, dell’Autorità nazionale per l’accesso ai documenti o dell’Autorità Giudiziaria”. Ciò non significa, comunque, nonostante sia più dettagliata la previsione, che vada creata uno specifica, celere ed indipendente procedura di opposizione al diniego, come si era invece sperato.

Richieste di pagamento

  • Quando sono chiesti corrispettivi (per ottenere i dati, ndR), dovrebbero essere limitati al “costo marginale di riproduzione, fornitura e diffusione”, espressione che si presta all’interpretazione. Quello del costo marginale è un principio importante, posto che, nel caso di materiale già digitale, non dovrebbe comportare di norma alcuna richiesta di corrispettivo;
  • La direttiva PSI lascia spazio ad eccezioni rispetto alla regola del costo marginale, eccezioni sotto cui ricadono gli enti pubblici chiamati a generare entrate e documenti appositamente individuati come esenti: innanzitutto, si riferiscono ancora una volta al concetto di compito istituzionale, che nella precedente versione aveva dato origine a forti discussioni; in secondo luogo, si opera una distinzione tra le istituzioni che devono generare entrate per coprire una parte consistente dei loro costi e quelle che possono generalmente essere del tutto finanziate dallo Stato (fatta eccezione per particolari dataset, la cui raccolta, produzione, riproduzione e diffusione devono essere finanziate per una parte consistente dalle entrate dell’ente). Potrebbe questo essere un modo per mascherare attività economiche o finanche commerciali, definendole “compiti istituzionali”, con ciò eludendo la clausola di non-discriminazione, che richiede un eguale trattamento dei possibili concorrenti?
  • Le eccezioni rimangono legate ad un limite massimo, quello della vecchia Direttiva PSI per le eccezioni relative alle istituzioni che devono generare introiti. Per le istituzioni culturali, il limite massimo delle entrate totali include i costi di raccolta, produzione, conservazione e acquisto dei diritti di sfruttamento, riproduzione e diffusione, unitamente ad un ragionevole utile;
  • E’ necessario che siano prestabilite e pubblicate le modalità con cui i costi sono strutturati e determinati, anche per stimolare l’applicazione di oneri standard. Nel caso delle predette eccezioni, oneri e criteri vanno prestabiliti e pubblicati, rendendo trasparente, su richiesta, il calcolo effettuato (come prevedeva la regola generale in precedenza);
  • Questo requisito per i costi standard di essere subito completamente trasparenti, ossia prima che la richiesta di riuso sia inoltrata, potrebbe dimostrarsi di grande impatto: è improbabile che gli enti pubblici stabiliranno costi marginali e pubblicheranno i sottostanti calcoli per ogni dataset in loro possesso, ma oneri non potranno più applicarsi se non preventivamente prestabiliti, motivati e pubblicati.

Licenze

  • La nuova Direttiva PSI non contiene cambiamenti in merito alle licenze, pertanto non vi è stato un passo avanti verso le licenze aperte;
  • Laddove gli Stati Membri prevedano condizioni per il riuso, dovrebbe rendersi disponibile una licenza standard e gli enti pubblici dovrebbero essere incoraggiati a usarla;
  • Le condizioni di riuso non dovrebbero limitarlo, né limitare la concorrenza, se non quando strettamente necessario;
  • La Commissione è chiamata ad assistere gli Stati Membri tramite la previsione di linee guida, in particolar modo in riferimento alle licenze.

Principio di non discriminazione e accordi esclusivi

  • Permangono le regole già vigenti per assicurare la non discriminazione nelle modalità in cui sono applicate le condizioni del riuso, comprese quelle relative alle attività commerciali svolte dagli apparati pubblici stessi;
  • Gli accordi di esclusiva non sono più ammessi, tranne che per assicurare servizi di pubblico rilievo o per i progetti di digitalizzazione realizzati da musei, biblioteche e archivi. Per il passato, è obbligatoria la loro revisione ogni tre anni; per il futuro, le revisioni sono obbligatorie dopo dieci anni e successivamente ogni sette anni. Comunque, è solo la durata a formare oggetto di revisione, non la loro stessa esistenza. In cambio dell’esclusività, gli enti pubblici devono ottenere una copia gratuita dei contenuti culturali che va resa disponibile per il riuso, allorché il contratto di esclusiva avrà fine. Quindi, le istituzioni culturali non avranno più scelta se consentire o meno il riuso, pur tuttavia potrebbero occorrere diversi anni prima che le loro risorse diventino davvero disponibili.

Formati e standard

  • Standard aperti e formati processabili (machine-readable) dovrebbero essere usati sia per i documenti che per i relativi metadati, laddove possibile senza difficoltà, altrimenti ogni formato e linguaggio preesistente è ritenuto accettabile.

In conclusione, la nuova Direttiva PSI non sembra andare verso la coraggiosa direzione caldeggiata dal movimento open data negli ultimi cinque anni. Allo stesso tempo, veri progressi sono stati comunque fatti. Gli Stati Membri con un approccio costruttivo saranno incoraggiati a fare di più. Inoltre, lo sforzo di garantire la trasparenza dei costi potrebbe dissuadere gli enti pubblici dal richiedere pagamenti per i dati. Tuttavia, la nuova Direttiva PSI non varrà come strumento per i cittadini che puntavano all’applicazione del principio “open by default” e “by design”. Anche con i nuovi meccanismi di opposizione al diniego di rilascio dei dati, ottenere l’attuazione dei proprio diritti rimarrà un obiettivo arduo e lungo come prima.

Sarà interessante vedere come ne discuterà il Parlamento Europeo, quale rappresentante dei cittadini, nella seduta plenaria.

The Open Book is out! Esce il libro crowdsourced di Open Knowledge Foundation e Finnish Institute di Londra, eredità dell’Open Knowledge Festival

03/18/2013 in Open data, openknowledge

Dopo la fantastica esperienza di Open Knowledge Festival nel settembre 2012, siamo contenti di annunciare l’uscita di un nuovo libro che raccoglie una serie di preziosi contributi scritti da alcuni esponenti della meravigliosa comunità riunitasi a Helsinki in quei giorni. Si tratta di The Open Book, ambiziosa pubblicazione collettiva e crowdsourced, nata dalla collaborazione tra il Finnish Institute di Londra e Open Knowledge Foundation, che verrà presentato in versione cartacea in occasione di Future Everything 2013, evento in programma a Manchester il 21 e 22 Marzo 2013. Il libro è in ogni caso già disponibile on line, sotto licenza CC-BY-SA qui.

The Open Book, parte della collana Reaktio series, esplora le diverse manifestazioni sociali e tecnologiche dell’emergente open knowledge movement globale, i cui esponenti, attivisti, pratictioners, ricercatori erano presenti a OK Fest, e raccoglie più di venticinque contributi scritti da pioneri dell’openness a livello internazionale, da Londra a Helsinki a San Paolo. Tra gli autori: Karsten Gerloff di  Free Software Foundation Europe, Julian Tait di Open Data Manchester, Ville Peltola di IBM,  Jorge Luis Zapico di the Centre for Sustainable Communications, Simon Rogers di The Guardian, Catarina Mota di Open Hardware Summit, Peter Troxler di Open Design Now,  Mayo Fuster Morell  di the Harvard Berkman Centre for Internet & Society, e Rufus Pollock di Open Knowledge Foundation. Gli editors sono la “nostra” Kat Braybrooke, Jussi Nissilä e Timo Vuorikivi. Nel libro si tenta di contestualizzare il movimento internazionale che ruota intorno all’open knowledge e lo fa attraverso le parole di coloro che nei fatti stanno aiutando a costruirlo. Gli autori dei contributi lavorano in campi diversi come sostenibilità, design, business. The Open Book serve come piattaforma per la discussione e per lanciare nuove idee sul futuro del movimento globale per l’open knowledge. Dai makerspaces alle scuole di data wrangling, agli archivi:  the digital is being remixed by the open , e sta modificando la società così come la conosciamo. Concetti come informazione pubblica, trasparenza e commons vengono combinati in un modo che non ha precedenti, con risultati nuovi  all’insegna di produttive collaborazioni. Ogni articolo affronta un aspetto unico del movimento open knowledge, come sta influenzando lavoro, società e cultura segnando una svolta paradigmatica. Inoltre è inclusa nel libro  “The Evolution of Open Knowledge”, la prima “crowdsourced timeline of openness” dal 1425 a oggi. The Open Book è dunque un riferimento essenziale e imperdibile, vista anche la qualità degli autori.

Antti Halonen, a capo del Society Programme del Finnish Institute di Londra dichiara:

“The Open Book è il primo esempio di pubblicazione che coglie la visione unica e la creatività alla base dell’open knowledge movement.  Infatti il libro ha le sue radici nell’Open Knowledge Festival di Helsinki, di cui rappresenta una sorta di eredità.”

Qui trovate il blog post di Kat Braybrooke sul lancio di The Open Book, mentre se siete interessati a ricevere maggiori dettagli o richieste potete scrivere a info@finnish-institute.org.uk

 

In Tchad a portare conoscenza: tra openstreetmap e opensource

02/12/2013 in interviste, Open data, openknowledge

560102_249401575194155_1650720588_nQuesta è una serie di domande che ho inviato a Claudia Mocci volontaria di EUROSHA. Non faccio nessuna introduzione, perché raramente ho letto risposte così chiare. Buona lettura, e se vi fa venire voglia d’impegnarvi… beh… lo scopo è proprio questo.

[in corsivo le domande e le note, i grassetti sono miei]

Per iniziare, Claudia fa una premessa

io non sono una tecnica, informatica e non ci capisco quasi una mazza di ‘ste cose quindi abbi pazienza

come mai in tchad?

Il progetto Eurosha, di cui sono una delle 4 volontarie italiane selezionate , prevede la mappatura di alcune zone colpite da urgenze e crisi umanitarie. Il Tchad, con i suoi numerosi campi rifugiati e la posizione geografica è uno di questi, sia per motivi climatici sia per motivi politici e d’instabilità. Inoltre il Progetto ha come partner in loco  France Volontaires  quindi sono stati scelti dei Paesi (Kenya, Tchad, Burundi e Repubblica Centro Africana) in cui è presente la rappresentanza di France Volontaires. Aggiungo che non era possibile scegliere il paese d’impiego, quindi diciamo che è il Tchad che ha scelto me!

fai parte di qualche fondazione/ong?

Per quanto riguarda la parte relativa alla formazione prima della partenza, il  Progetto pilota “European Voluntary Humanitarian Aid Corps”, finanziato dalla Commissione Europea (DG ECHO, European Commission’s humanitarian aid and civil protection department) è stato gestito dagli esperti della formazione di France Volontaires, Service de Cooperation au Développement, Groupe URD (Francia), Sloga (Slovenia), People in Peril (Slovakia), ECCB Diakonie – Center for Development and Humanitarian Aid (Czech Republic) e FOCSIV (Italia). Per quanto riguarda la parte sul terreno in Tchad collaboriamo con l’ONG  ACRA e il Il team francese e americano HOT che inizialmente ha partecipato alle attività di formazione , nello specifico nella spiegazione e messa in pratica delle tecniche di mappatura OpenstreetMap, e che è attualmente responsabile delle missioni supportando i volontari nei quattro paesi. In realtà quindi non faccio parte di un’associazione o Ong specifica.

hai fatto degli studi rivolti a questa professione?

Assolutamente no. Sono laureanda in Scienze Internazionali e Diplomatiche , Università di Bologna, Polo di Forlì per l’esattezza. Il mio sogno è sempre stato quello di lavorare nel mondo della cooperazione alla sviluppo e grazie all’Associazione Sardinia OpenData , di cui sono co-fondatrice e volontaria attiva da quasi due anni ho scoperto un nuovo interesse per tutto ciò che è OpenSource e OpenData, in particolare sono rimasta colpita dai valori e obiettivi del mondo “Open”.

che formazione/interessi hai in campo informatico?

Ho risposto involontariamente a questa nella domanda precedente. Non parlerei di formazione, ho iniziato per gioco ad usare ubuntu, complice la passione per tutto ciò che è informatico di un ex fidanzato,  poi linux mint e infine  mi sono convertita definitavamente , abbandonando windows, ripreso a fatica per lavorare qui in Tchad. Per il resto direi che incarno alla perfezione lo stereotipo della donna non atta al volante e tutto ciò che è informatica-tecnologia! Prima di rispondere a tutte le domande seguenti vorrei fare una brevissima presentazione della situazione attuale del Tchad. Secondo le stime del 2001 il Tchad è tra i 10 paesi più poveri al mondo. Gli indicatori di sanità riflettono la situazione di povertà del paese (l’80% della popolazione del Ciad è sotto la soglia di povertà ) E’ molto difficile parlare di sviluppo della tecnologia , sia essa legata all’informatica, all’agricoltura, all’industria, ecc, poiché questa è veramente prerogativa di pochissime persone, nonostante negli ultimi due anni il Governo stia attuando delle politiche di apertura all’estero abbastanza consistenti. Vorrei quindi che teneste a mente qual è la situazione di partenza di questo paese, molto diversa per esempio dall situazione attuale del Kenya.

come è il livello di tecnologia in Tchad?

Se parliamo di tecnologia in senso generale molto scarso, per quanto riguarda la parte relativa all’informatica direi quasi inesistente.

la distribuzione di strumenti tecnologici a che livello è?

Direi piuttosto scarso. Quasi del tutto inesistente. La tecnologia  è molto cara, un po’ meno la strumentazione cinese, ma resta comunque quasi del tutto inaccessibile per il 90% della popolazione.

i luoghi comuni sull’africa sono ancora vicini al “buon selvaggio“, qual’è invece l’approccio verso la tecnologia?

Tanta curiosità, tantissima. Chi ha la possibilità spende parecchio per avere le ultime tecnologie disponibili sul mercato. Ho riscontrato però che l’uso che queste persone fanno delle strumento è veramente limitato, per via delle poche informazioni teoriche in possesso. A cosa ci serve un’autovettura se non sappiamo guidare? I miei colleghi ciadiani riderebbero come dei matti dopo questa affermazione, visto che qui il 70% degli automobilisti non ha proprio una patente regolare!

in una società meno soggetta a consumo di tecnologia per “moda” quanto prevale la funzione dello strumento?

Dipende dallo strumento. I cellullari , per esempio gli smartphone,  sono di gran moda anche qui . Il Commissario del piccolo villagio in cui vivo , Goré, ha uno smartphone Samsung recentissimo, importato dalla Francia (mi astengo da qualsiasi commento relativo al fatto se sia capace di usarlo o meno). Il livello di alfabettizzazione dell’utilizzo dei computer è scarso, anche se le cose stanno cambiando velocemente, per lo meno nelle grandi città. Tutti hanno ormai capito che per poter lavorare in certi ambienti la conoscenza dell’utilizzo del pc è fondamentale.

in un contesto da definire, la tecnologia e l’informatica che margini hanno per determinare non solo la rappresentazione ma anche la costruzione di una formazione evoluta?

Ovviamente una società che dispone, possiede, un numero alto di tecnologia è una società in grado di aprirsi alle altre in modo più incisivo, soprattutto se queste tecnologie sono messa a disponizione dell’intera ppolazione. Non prioritaria per la sopravvivenza della popolazione ma importante a livello globale.

la connessione web è si utile, ma come viene vissuta in Tchad?

Come un grosso problema, soprattutto per chi lavora nel  settore dell’informatica e nel settore umanitario per esempio . E’ difficile, quasi impossibile , avere una buona connessione internet senza le grosse antenne satellitari, prerogative di  pochi. Per intenderci, ci sono ancori grossi problemi di comunicazione coi cellullari, unico mezzo di comunicazione diffuso e a basso costo, perché spesso non abbiamo la linea.

la connessione per cosa viene usata, in genere?

Per motivi lavorativi al 95%. I giovani, quei pochi che se lo possono permettere e che hanno un livello d’istruzione un po’ più elevato e che quindi hanno accesso ai social network per esempio, la utilizzano per svago o studio.

avete fatto un mapping party, che difficoltà di apprendimento avete avuto?

Innanzitutto capire la logica di OpenstreetMap.  I concetti LIBERO e PARTECIPATIVO erano due muri enormi all’inizio. Successivamente l’azione di disegnare i vari edifici, il concetto di tag e per alcuni come utilizzare il gps, intendo come muovere il cursore. Ma devo dire che nel complesso i mapping party sono stati, tutti, un’esperienza incredibile, rigenerante ed energizzante, anche quando il mio studente, un po’ anzianotto, mi ha tenuta 15 minuti sotto il sole perché doveva assolutamente prendere le coordinate della vacca del suo vicino di casa, che ruminava tranquilla e ignara del fatto che ora possiede longitugìdine, latitudine e un punto (che ho eleminato, ovviamente) sulla nostra carta di Goré.

che strumenti avete usato, sia hardware che software?

Utilizziamo  i computer, Java per far funzionare JOSM (Java OpenStreetMap), Quantum GIS, Grass GIS per citarne alcuni. Tutta una serie di strumenti online, come per esempio  lo strumento per la creazione dei Walking Papers fondamentali per i mapping party, Tasking Manager per la cartogtafia a distanza, Keep Right per la correzione degli errori

il livello di risposta è stato di entusiasmo per la novità o per la scoperta di poter/aver acquisito una nuova abilità?

Entrambe. Grandissimo entusiasmo  da parte di tutti i partecipanti , fierezza per essere riusciti a fare il primo upload su JOSM tanto che qualcuno ci ha invitati per festeggiare la sera stessa, la conpevolezza di aver  acquisito una capacità e manualità rara qui a Goré, tanta gratitudine. Per noi sono sempre momenti di grande confronto e di crescita per capire per esempio come modificare le formazioni future,  d’ispirazione, soprattutto le ultime fatte con l’Associazione ADIL (Ass. pour le development du logiecelle libre au Tchad). Consiglio vivamente a tutti voi di dare un’occhiata alla pagina Facebook di ADIL, questi giovani stanno  scrivendo la storia dell’informatica del Ciad.

c’è il rischio di sottrazione di quello che è stato insegnato?

Lo speriamo vivamente!!!!Uno degli obiettivi è quello di creare una communità OSM in Tchad che possa continuare sempre a titolo volontario, la mappatura del territorio utilizzando Josm.

esistono degli strumenti (sociali, politici, materiali) per ostacolare chi ha interesse ad una popolazione incapace di mappare il proprio territorio?

Ovviamente si!! Ovviamente si!!!! Politici , in primis! Qui abbiamo una marea di divieti, come per esempio, il divieto di fare foto. Solo i due miei colleghi ciadiani sono autorizzati in certi casi.

secondo te, che ruolo può svolgere la mappatura del proprio territorio anche per società stanche e pigre come quelle occidentali?

In un periodo in cui lo Stato è sempre più lontano ai bisogni dei cittadini, sempre più lontano da quella che è la realtà effetiva del territorio, pensate a che impatto devastante, in senso positivo,  potrebbe avere una società che si arma di gps e mappa, utilizzando OSM, il proprio territorio, quartiere, città, regione. Immaginate che utilità, anche politica, possono avere le informazioni reali raccolte. Lo stato effettivo delle strade, tutti gli edifici o i cantieri statali iniziati chissà quando e mai terminati, gli sprechi. Pensate ai numerosi terremoti degli ultimi anni, all’utilità di una mappa dettagliata come quelle che produciamo noi qui in caso di urgenza.  Sarebbe un riappropiarsi del proprio territorio in maniera partecipativa, facendo dei cittadini i veri protagonisti.

la mappatura come viene vista rispetto ai bisogni primari?

Non di primaria importanza per quanto riguarda credo il 99% della popolazione in un paese come il Tchad ma molto importante per le autorità locali, governative  e le varie ONG che lavorano sul territorio visto che molto non possiedono un carta precisa del paese. Aggiungo che è veramente difficile fare una mappa precisa e veritiera del Tchad poiché è un paese in continuo cambiamento, crescita, con villaggi che nascono o vengono abbandonati nel giro di un mese, il territorio subisce dei cambiamenti . Ecco perché il contributo della società civile è fondamentale.

nessuno vi ha detto “hanno bisogno di cibo (o altro) invece che di imparare il computer”?

A me personalmente non è mai successo. Lavoriamo sempre con persone che riconoscono il valore del nostro lavoro. In generale tanti chiedono da mangiare.

si superano le disparità di genere attraverso l’acquisizione di competenze tecnologiche?

Purtroppo, ma sottolineo a caratteri cubitali che è un’opinione strettamente personale, no. Mi trovo in un Paese in cui la donna non ha praticamente quasi nessun diritto. Pochissime le donne che non vivono in questa condizione. Pochissime le donne che hanno accesso all’istruzione. Ringrazio a tal proposito Viviane e Ursule, giovani donne, fiori all’occhiello delle nostre formazioni. Giovani speranze di questo Paese.

le forze militari avranno già avuto una mappatura dei luoghi, hanno fatto qualche ostruzione?

Questa domanda necessità qualche spiegazione. Non esistono delle buone carte geografiche, e per buone intendo complete e recenti del Tchad. Per questo il Governo ha iniziato un programma di mappatura del territorio nell’anno 2012. Questa è stata la sfida più grande per noi, spiegare la differenza tra la nostra attività e la semplice mappatura. Nessuno ha fatto ostruzione poiché ovviamente prima di iniziare qualsiasi tipo di attività , abbiamo fatto il giro delle varie autorità locali del villagio di Gorè per presentarci , mostrare i nostri documenti, presentare il progetto e invitare le autorità alle nostre formazioni. Con grande entusiasmo, il Commissario della Polizia di Goré, che ha subito chiesto se ci trovava su Facebook, ha accettato di fare una formazione base sull’utilizzo del gps, dei walking papers e un po’ d’esercizio su Java OpenStreetMap. Permettetemi di aggiungere due righe su un altro aspetto relativo al mio lavoro, meno tecnico ma fondamentale. Lavorare in un Paese come il Tchad, etichettato come zona rossa per via dell’insicurezza, con la povertà e fame che ti seguono giorno dopo giorno, passo dopo passo, non è semplice. Soprattutto se si capiscono chiaramente le motivazioni che stanno dietro a tutto ciò che vedo da 3 mesi.  Non esiste formazione, training, libri o master che possa preparaci a certe realtà, così come non esiste cura efficace che possa alleviare in maniera consistente il senso di colpa e ingiustizia che inevitabilmente si prova davanti a certe immagini. Ma è in posti come questi che il nostro lavoro ha un valore aggiunto, che i rapporti instaurati con i partners, collaboratori o i cittadini hanno un valore che per me è inestimabile. Ringrazio di cuore tutti quelli che hanno lavorato, e ancora lavoreranno con noi, chi ha partecipato ai nostri atelier, chi non lo ha fatto ma ci ha sostenuti. Ringrazio ancora di più tutti quelli che ancora non hanno capito perché siamo qui e che tipo di lavoro facciamo ma che nonostante questo ci hanno accolti come parte della famiglia, senza ostacolare il nostro lavoro. Grazie a voi che da lontano ci seguite e sostenete perché anche grazie a voi le due parole: -partecipativo e libero- assumono ancora più valore.

 

foto di Claudia

Manifesto dell’estrazione di conoscenza: per un apocalisse dei dati

01/24/2013 in Cultura, Linked Open Data, Open data, Pubblico Dominio, Riuso

1156px-Ottheinrich_Folio288r_Rev6Alargo all’avanguardia

 pubblico di m***a

tu gli dai la stessa storia

tanto lui non c’ha memoria

Skiantos, largo all’avanguardia, MonoTono 1978

 

 

Non esiste la Conoscenza. Esistono aggregati di documenti di vario tipo e formato.

Aggregati di dati, come elettroni che ruotano attorno al nucleo di chi li produce e li conserva. La forza che determina le loro orbite è data dall’intesità della libertà di divulgazione.

Dalla condivisione non consegue, però, l’accesso libero. I dati fisici richiedono trasformazioni nelle quali il documento stesso si evolve e si modifica. Non è un discorso che coinvolge solo gli archivisti digitali ma chiunque abbia a cuore la conoscenza intesa come accesso ai dati.

La Conoscenza libera si attua nel momento in cui la disponibilità si lega alla reperibilità online; se questa reperibilità è relazionata e interoperabile, siamo in presenza di Conoscenza libera, fruibile e riusabile; altrimenti è solo un’aspirazione.

Chi possiede archivi raramente è cosciente delle potenzialità relazionali dei dati conservati; la materialità non applica la potenzialità di relazioni e sequenze di ricerca con altri archivi. Per questo è fondamentale estrarre la Conoscenza.

L’estrazione avviene attraverso la presa di coscienza che le relazioni sono definite da regole che diventano contratti di condivisione che sono le licenze d’uso.

Dalle licenze aperte inizia la trasformazione dei dati da fisici in digitali alle seguenti condizioni:

  1. la determinazione di un formato libero
  2. la determinazione di una metadatazione
  3. l’individuazione di un catalogo libero, pubblico e internazionale
  4. la visualizzazione attraverso piattaforme di sapere condiviso
  5. la tracciabilità del documento materiale originale

Chiunque si adoperi per estrarre conoscenza deve sapere che ognuna delle condizioni ha un costo. La digitalizzazione è l’ostacolo principale e per attivarla è necessario coinvolgere da subito possibili finanziatori. La moneta di scambio è l’inserimento di chi digitalizza nella fonte del documento digitale. In questo modo verrà garantita non solo la visibilità, ma anche la tracciabilità per recuperare le specifiche relative alla digitalizzazione. La conoscenza, pertanto, non è più un campo per la proprietà intellettuale ma una nuova palestra di condivisione di saperi e pratiche.

Lo scambio delle tecnologie e la loro integrazione è l’impegno maggiore dell’estrazione della conoscenza ed è improduttivo costituire nuove professionalità. Si deve aggiornare e miscelare quelle già esistenti, realizzando un’evoluzione delle competenze. Il recupero e la costituzione di comunità miste di bibliotecari, archivisti, data manager e programmatori, sono obiettivi vitali sia per l’estrazione della conoscenza sia per la sua conservazione e miscelazione. Tali comunità devono essere anche un riferimento per tutti coloro che possiedono archivi personali e non hanno idea di come metterlo in condivisione. Deve essere l’ibridazione il motore della professionalità e non la creazione astratta di nuove competenze.

Non ignoriamo la voglia di condividere. Non disperdiamo le somme dei nostri saperi: eliminiamo gli individualismi e promuoviamo le somme. Consideriamoci persone intese come particolari portatori di conoscenze personali, messi in relazione. Estrarre la conoscenza è un esercizio di percezione del contesto. La percezione stessa può essere modificata dal flusso di conoscenza che attraversa una Città, un Luogo, una Comunità.

Solo la condivisione impedisce atti di esclusione o sottrazione delle conoscenze acquisite. La competizione tra derivazioni di una stessa conoscenza, garantisce l’evoluzione delle applicazioni delle conoscenze e favorisce la graduale scomparsa dei monopoli conoscitivi, proprio grazie alla condivisione.

In questo modo si potrà alimentare il bacino dei beni comuni della Conoscenza. In questo modo si potrà creare dal passato nuovi beni comuni della Conoscenza.

Non ricerchiamo l’aggregazione, ma la condivisione.

Public Domain Review: Adam Green intervistato

01/14/2013 in Pubblico Dominio

Restando in tema di digital commons, termine abusato ma ricco di significato, segnaliamo un’intervista realizzata da Virginia Ricci, pubblicata su Vice, a Adam Green, responsabile con Jonathan Gray di Public Domain Review, entusiasmante progetto di OKFN.

www.publicdomainreview.org

Troverete riflessioni acute  su pubblico dominio, accesso libero, a partire dal Manifesto del pubblico dominio (a proposito firmatelo, se non lo avete ancora fatto!), esegesi e nascita del progetto, criteri di selezione di opere/autori, rivoluzione delle regole del mondo editoriale, aspetti pro e contro del copyright e ancora su licenze Creative Commons. Vi invitiamo alla lettura di questo pezzo, ricordando ancora che il testo integrale è disponibile qui.

Includiamo qualche estratto selezionato per voi:

VICE: L’attività di ricerca di materiale senza copyright è molto praticata su internet, ma la vostra particolarità è di aver organizzato un sito di qualità e di mantenere una linea editoriale coerente. Com’è nata la Public Domain Review? Adam Green: Io e Jonathan Gray, l’altro fondatore, abbiamo scavato a lungo in questi grandi archivi online—tipo l’Internet Archive e Wikimedia Commons—per trovare materiale con cui fare collage, attività cui entrambi ci dedicavamo. Abbiamo aperto un blog che si chiamava Pingere per condividere le cose più insolite e interessanti in cui ci imbattevamo. Jonathan ha suggerito che lo trasformassimo in un progetto più ampio che mirasse a celebrare e mostrare la meraviglia del materiale di pubblico dominio. Abbiamo presentato l’idea alla Open Knowledge Foundation, un’organizzazione no-profit che promuove l’accesso aperto alla conoscenza, e loro ci hanno aiutato a trovare un finanziamento iniziale per il progetto. E così è nato Public Domain Review.

Qual è stato il primo articolo che avete pubblicato? Abbiamo iniziato concentrandoci sul materiale appena diventato di pubblico dominio. In molti Paesi le opere diventano tali a settant’anni dalla morte dell’autore (anche se ci sono un sacco di regole strane ed eccezioni). Nel 2011 sono diventate di dominio pubblico le opere di Nathanael West, tra cui il suo libro Il Giorno della locusta. Il nostro primo articolo parlava di lui, e del rapporto dell’Occidente con Hollywood, e l’ha scritto Marion Meade, che aveva recentemente pubblicato un libro sul tema.

Con quale criterio scegliete il materiale da pubblicare? Tutti i nostri contenuti sono di dominio pubblico, e questo è il nostro primo criterio. Cerchiamo di concentrarci sulle opere libere nel maggior numero di Paesi. In genere questo significa che i loro autori sono morti prima degli anni Quaranta. Il secondo criterio è che non ci siano restrizioni sul riutilizzo delle copie digitali del materiale di dominio pubblico.

[...]

Quindi la legge sul diritto d’autore non è esclusivamente negativa? Il copyright sul lavoro di artisti o scrittori, in generale, ha senso. Non si tratta solo di soldi, ma anche del controllo artistico su un lavoro pubblicato, della tutela della reputazione, di come prevenire o scoraggiare il riutilizzo malizioso o sciatto dell’opera. Ma attualmente le leggi sul copyright e gli accordi internazionali sono attualmente molto sbilanciati a favore dei grandi editori e delle case discografiche, e non tengono minimamente conto del dominio pubblico come bene sociale positivo: un bene comune culturale, gratuito per tutti. Tuttavia, se un autore o un artista desidera qualcosa di più flessibile rispetto alla licenza di copyright standard, può procedere con le licenze Creative Commons.

Ringrazio VICE e Virginia Ricci. Ricordo, a chi avesse voglia di approfondire, di visitare http://communia-project.eu/. Communia è un progetto coordinato dal Nexa Center for Internet and Society del Politecnico di Torino e rappresenta un punto di riferimento in Europa nel dibattito sul pubblico dominio. Sul sito troverete il report finale e riferimenti al libro “The Digital Public Domain: Foundations for an Open Culture” fuori nel 2012, a cura di Juan Carlos De Martin e Melanie Dulong de Rosnay. Vi invito inoltre a seguire OpenGlam iniziativa di OKFN in cui Public Domain Review è di fatto inglobata. Open Glam sta ottenendo risonanza notevole nel campo del digital cultural heritage e collabora con numerose associazioni, oltre a sensibilizzare e collaborare a livello istituzionale per rendere i cultural commons una realtà e diffondendo il verbo Sharing is caring.

Conseguenze, rischi ed effetti collaterali della licenza CC modulo NC “solo per uso non commerciale”

01/08/2013 in Licenze

Questa è la versione italiana del post di Joris Pekel Consequences, risks and side-effects of the license module “non commercial use only” che potete trovare qui.

Nel 2012, un gruppo di esperti tedeschi in copyright ha rilasciato in collaborazione con Wikimedia un documento disponibile in lingua tedesca “Folgen, Risiken und Nebenwirkungen der Bedingung Nicht-Kommerziell – NC” (Conseguenze, rischi ed effetti collaterali of the license module Non-Commercial – NC). In questo documento, si spiegano le conseguenze che accompagnano la scelta di una variante di licenza CC ristretta solo all’uso non commerciale (NC) e chiarisce perché il suo utilizzo è spesso non necessario e anche una cattiva idea per artisti e istituzioni.

Le licenze pubbliche sviluppate da Creative Commons (CC) sono strumenti per rendere lavori creativi disponibili per un libero utilizzo sotto certe condizioni. I creatori che detengono i diritti hanno differenti esigenze e motivazioni, CC offre sei differenti varianti di licenze. Alcune delle licenze più popolari includono una condizione che le opere e i lavori  non debbano essere usati per scopi commerciali. Questo ha conseguenze non volute e di vasta portata sulla disseminazione delle rispettive opere e talvolta contrasta anche interamente ciò che il licenziatario vuole ottenere scegliendo una licenza CC. Quest’opuscolo vuole offrire informazioni sulle conseguenze, rischi ed effetti collaterali delle varianti restrittive delle licenze CC che non permettono l’utilizzo commerciale.

Come spesso si è discusso sul blog di OKFN la licenza CC BY-NC non può essere considerata un’autentica licenza aperta visto che non è mutualmente compatibile, per esempio,  con materiale con una licenza CC Attribuzione – Condividi allo stesso modo (BY-SA).

Dopo la lettura di questo documento pubblicato sotto una licenza cc-by eravamo propensi  a crearne una versione in inglese. Abbiamo fatto un’appello ai volontari di OKFN Germania e ottenuto un paio di risposte. Nel giro di pochi giorni il documento completo è stato tradotto. Successivamente, gli autori originali sono stati consultati e hanno verificato il documento. Questa è stata una grande opportunità anche per porre in essere alcuni commenti ricevuti dalla comunità tedesca di Wikimedia dopo la pubblicazione. Con l’aiuto di Wikimedia Deutschland, siamo stati in grado di adattare il documento con lo stesso design dell’originale.

E ora nei primi mesi del 2013, siamo molto felici di annunciare la versione finale del documento tradotto in inglese.

Scarica “Consequences, Risks, and side-effects of the license module Non-Commercial – NC” qui.

Grazie alla comunità OKFN per aver tradotto questa pubblicazione fondamentale. Un ringraziamento speciale a Thomas Hirsch che ha tradotto la maggior parte del documento.

Per quanto riguarda la versione italiana ci stiamo lavorando, per chi è interessato alla disseminazione nella propria lingua c’è la possibilità di unirsi alla task force!

Per un riepilogo sulle licenze CC in italiano leggete qui.

Open data I wish you were here

12/07/2012 in Incontri, Open data

Lo spirito aleggiava sulle acque. Così nella Genesi. Così aleggiava un senso pratico nella sala della Regione ER scovata dal buon Dimitri. Così aleggiavano proposte autonomamente contenute in due (2!) minuti da tutti quelli che hanno partecipato. C’era di tutto, dalla Agenzia per l’Italia Digitale a GFOSS. Da Wikimedia Foundation a OpenKnowledge Fondation come un grande abbraccio di persone che mettono la loro competenza e inventiva a disposizione delle loro Istituzioni o del loro Servizio Civico. Tutti per gli OpenData, tutti per rendere non solo accessibile la materia prima della conoscenza, ma anche riusabile. “Alla faccia di chi ci vuol male” potrebbe dire qualcuno, ma in realtà il pericolo non viene nè dalla burocrazia (ognuno è il burocrate di se stesso, quando trova i limiti invece di superarli) e nemmeno dallo Stato; il pericolo viene dal non sapere dell’esistenza dei dati e della loro riusabilità!

Mancano gli indici di valutazione per il calcolo dell’impatto dei dati finora distribuiti, mancano indicatori che producano il livello d’impegno necessario – economico, strutturale, amministrativo, tecnologico – per PA, Cittadini e PMI.

Quindi…

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Difendiamo formati aperti per l’informazione del settore pubblico in Europa!

12/07/2012 in Open data, PSI, Riuso

(traduzione dell’articolo Let’s defend Open Formats for Public Sector Information in Europe! scritto dall’organizzazione Regards Citoyens al 3 dicembre 2012)


In seguito ad alcune osservazioni di Richard Swetenham della Commissione europea , abbiamo fatto alcune modifiche relative al processo dil dialogo a tre e le successive fasi: il «trilogo» inizierà le sue riunioni il 17 dicembre ed è quindi già molto importante cominciare a chiedere ai nostri governi di supportare i formati aperti!

Quando lavoriamo alla creazione di incredibili, democratici, trasparenti  strumenti di collaborazione in tutto il mondo , ciascuno di noi, utente o produttore di dati aperti, lotta con questi formati chiusi incredibilmente frustanti o inespugnabili in cui, molto spesso, le informazioni pubbliche sono rilasciate: XLS , PDF , DOC , JPG, tabelle completamente disorganizzate , ecc.

La revisione della direttiva europea PSI è una opportunità per spingere su una chiara definizione di formati aperti!

formati chiusi contro formati aperti
CC-BY-SA Regards Citoyens derived from April

Nell’ambito dell’Agenda Digitale di Neelie Kroes, la Commissione Europea ha recentemente proposto una revisione della direttiva PSI – Public Sector Information (informazione del settore pubblico) ampliando il campo di applicazione della direttiva in vigore al fine di incoraggiare gli enti pubblici per aprire dati che producono, nell’ambito delle proprie attività.

La revisione sarà discussa al Parlamento Europeo (EP) , ed è questa l’occasione per i cittadini per sostenere una chiara definizione dei formati aperti in cui l’informazione del settore pubblico (PSI) deve essere rilasciata.

Noi di Regards Citoyens crediamo di avere una definizione corretta di formato aperto utile alla revisione della direttiva UE PSI che potrebbe essere di grandissimo supporto al cittadino e contribuire all’innovazione economica. Noi crediamo che tale definizione possa essere riassunta in due semplici regole ispirate dai principi del progetto OpenDefinition di Open Knowledge Foundation:

  • essere indipendente dalla piattaforma e leggibile dalla macchina, senza alcun interesse giuridico, restrizione finanziaria o tecnica;
  • essere il risultato di un processo sviluppato apertamente in cui tutti gli utenti possono effettivamente essere parte dell’evoluzione delle specifiche.

Questi sono i principi che abbiamo sostenuto in una nota politica sui formati aperti che abbiamo pubblicato settimana scorsa e inviato, singolarmente, a ciascuno dei deputati del Parlamento Europeo (MEP) coinvolti nella commissione di votazione sulla revisione della direttiva PSI giovedì scorso.

Buone notizie: la prima regola è stata adottata! Ma la seconda no. Come mai?

Votazione ITRE del 29 novembre: cosa è successo e come?

A meeting at the European Parliament
CC-BY-ND EPP Group

Il processo parlamentare europeo, prima della sessione plenaria, prevede una commissione principale che si impegna dell’organizzare il dibattito. Nel nostro caso quella della ricerca nell’industria e nell’energia (ITRE). I suoi membri si sono incontrati il 29 novembre intorno alle 10 per votare in merito alla revisione PSI, insieme ad altre questioni.

I deputati possono proporre emendamenti alla revisione in anticipo, ma, per accelerare il processo, il Parlamento Europeo lavora su quelli che vengono chiamati “emendamenti di compromesso” (CA): la commissione sceglie un relatore che si incarica di presentare la questione a suo nome e per ogni gruppo politico riceve un “relatore ombra” che lavora assieme al relatore principale. Questi studiano le modifiche proposte e cercano di riassumere le più consensuali in un CA, quindi portando i deputati a lasciare indietro alcune modifiche quando considerano i loro interessi raggiunti. Nel corso della riunione del comitato, entrambi i tipi di modifica sono votati secondo le condizioni di voto di lista predefinite  indicate dalle raccomandazioni del relatore.

Per quanto riguarda i formati aperti, il tutto si concretizza su una proposta di aggiungere un paragrafo nel secondo articolo della direttiva che fornisce una definizione chiara di ciò che è,in realtà, un formato aperto. Il lavoro dei relatori ha portato all‘emendamento 18 con un compromesso abbastanza buono, che parla più o meno da solo:

“Un formato aperto deve essere indipendente dalla piattaforma, interscambiabile fra computer [machine readable] e messo a disposizione del pubblico, senza restrizioni legali, tecniche o finanziarie che impediscono il riutilizzo delle informazioni contenute”

Questo emendamento è stato approvato, il che significa che sarà proposto come una nuova modifica a tutti i deputati nel dibattito plenario. In virtù del fatto che ha il sostegno del relatore a nome della commissione competente, ha buone probabilità di essere presentato.

Riguardo la condizione di processo di sviluppo aperto, il deputato al Parlamento Europeo Amelia Andersdotter, relatore ombra per il gruppo parlamentare europei dei verdi,  ha mantenuto e adattato a questa nuova definizione il suo emendamento 65:

“Formato aperto” vuol dire che le specifiche del formato sono mantenute da una organizzazione no-profit la cui composizione non è subordinata alla quota associativa, il suo crescente sviluppo avviene sulla base di un procedura decisionale aperta a disposizione di tutte le parti interessate, il documento di specifica del formato è disponibile liberamente, la proprietà intellettuale dello standard è irrevocabilmente disponibile a titolo gratuito

Nonostante le raccomandazioni per l’approvazione da parte del relatore principale, i gruppi ALDE e PPE  non erano ancora pronti a sostenerlo ed è stato rifiutato.

Guardare i 12 secondi durante i quali sono state discusse le questioni sui formati aperti è una strana esperienza per chi non ha dimestichezza con il Parlamento Europeo, dal momento che la maggior parte del dibattito attuale avviene in anticipo tra i diversi relatori, la riunione del comitato consiste principalmente in una successione di chiamate al voto a mano alzata, che sono occasionalmente controllati elettronicamente. Pertanto, non sono disponibili singoli voti pubblici o registrazioni delle discussioni e la votazione avviene molto rapidamente.

Ed ora? Possiamo fare qualcosa?

Ora che la commissione ITRE ha votato, la relazione dovrebbe essere disponibili online presto.

Poiché il funzionamento delle istituzioni europee segue un modello di una organizzazione tripartita, il testo approvato dalla commissione ITRE sarà ora trasferito sia alla Commissione Europea e al Consiglio per l’approvazione. Questo include una procedura di dialogo a tre in cui deve essere attivato un consenso verso un testo comune. Si tratta di un’occasione per invitare i nostri rispettivi governi nazionali a spingere a favore dei formati aperti per mantenere e migliorare la definizione che il Parlamento Europeo ha già adottato. Il testo che verrà fuori dal dibattito tripartito sarà discusso in sessione plenaria, per ora prevista al 11 Marzo 2013. Fino a mezzogiorno del mercoledì precedente i deputati avranno ancora la possibilità di proporre nuove modifiche da votare in plenaria: può farlo sia un intero gruppo politico, o un gruppo di almeno 40 deputati di gruppi diversi.

Questi potrebbero essere i prossimi passi a favorire i formati aperti:

    • Chiedere ai nostri governi nazionali di spingere a favore dei formati aperti;
    • Tenersi aggiornato con i documenti e le procedure del Parlamento Europeo: il sistema ParlTrack offre notifiche via e-mail;
    • Ogni volta che la proposta di nuove modifiche verso la discussione in plenaria è aperta, dovremmo contattare i nostri rispettivi deputati nazionali da tutti i gruppi politici ed esortarli a proporre emendamenti che richiedono formati aperti ad essere basati su un processo di sviluppo aperto. Avere molteplici emendamenti provenienti da diversi gruppi politici sarebbe certamente di aiuto ai deputati per rendersi conto che questa non è una posizione partisan;
    • Quando si raggiunge il termine per proporre modifiche, dovremmo contattare i nostri deputati via telefono, e-mail o tweets ricordando di votare per tali modifiche e, eventualmente, contro quelli non validi. Allo scopo di permettere a chiunque di chiamare per telefono liberamente e facilmente i propri deputati al Parlamento Europeo, stiamo pensando di utilizzare l’ottimo strumento PiPhone per i cittadini europei di La Quadrature du Net.

In ogni caso, contattare deputati per sollevare preoccupazioni sulle politiche sui formati aperti è utile in qualsiasi momento, prima e dopo le discussioni in plenaria. Documenti programmatici, proposte, emendamenti, documenti divulgativi, blogposts, lettere aperte, petizioni, tweet … Tutto può essere utile!

Per concludere, vorremmo sottolineare ancora una volta che Regards Citoyens è un’organizzazione di volontariato, senza precedenti esperienze con il Parlamento Europeo. Questo significa che aiuto ed esperienza sono molto apprezzati! E prepariamoci a difendere i formati aperti per gli open data europei in queste ultime e poche settimane!