Italia
Sapere libero per tutti

Chi ha paura dell’openaccess ?

raimondi - 04/04/2014 in Cultura, openaccess, Ricerca

Nel numero di ottobre delle rivista Science John Bohannon pubblicava un articolo intitolato “Who’s afraid of Peer Review” con lo scopo di mostrare quando inefficiente fosse il controllo sulla qualità delle pubblicazioni Open Access. Le risposte non si fecero attendere. Il paper generò una moltitudine di post da parte di moltissimi ricercatori. Uno di questi, molto dettagliato, si intitolava altrettanto provocatoriamente “Who’s afraid of Open Access” e portava la firma di Ernesto Priego, direttore del corso di Electronic Publishing alla City University of London. Priego evidenziava con chiarezza le molte lacune nel metodo di  Bohannon.

Non era presente un controllo comparativo tra le riviste openaccess e le più classiche subscription based. Non era presente un controllo orizzontale rispetto alle diverse discipline di ricerca, ad esempio le Humanities, rispetto al quale il controllo comparativo poteva essere pesato. Non erano presenti chiari criteri di selezione delle fake submissions che potessero rappresentare una solida base per sostenere l’ipotesi dell’articolo.

Dal punto di vista prettamente scientifico il paper non forniva nessuna evidenza rispetto alla qualità delle pubblicazioni openaccess se non un banale risultato: c’è bisogno di un maggiore controllo sulla peer review. Un risultato che, d’altra parte, sembra comune a tutte le riviste, Science compresa. Da qui la provocazione di Priego:

We are not afraid of peer review. Who’s afraid of open access? That is the question.”

Era evidente che Science ne era uscita male dal confronto, facendo una chiara brutta figura. Niente di nuovo sotto il sole. La rivista, vale la pena ricordarlo, era già stata oggetto di simili eventi quando aveva pubblicato il falso articolo sulle forme di vita all’arsenico. Alla direzione editoriale probabilmente era sfuggito come Michael Eisen, biologo alla Berkley University e autore del paper incriminato, per sua stessa confessione avesse brillantemente adottato la stessa strategia per evidenziare le lacune denunciate da Bohannon sul loro prodotto editoriale.

La comunità degli advocate non si raccapezzava proprio come Marcia McNutt, Editor-in-chief di Science, avesse valutato il paper prima di tesserne le lodi nella summary del numero di ottobre. L’approccio paternalistico della McNutt mancava proprio il bersaglio quando si trattava di fare quello che lei stessa raccomandava alla comunità dei ricercatori: porgere più attenzione sull’accuratezza e sulla valutazione dei metodi di revisione. Ipocrisia e malafede, due cose che di solito rovinano un buon ragionamento.

Per questo la sfida di Priego, e di tutti quelli che hanno contribuito ad alzare la voce a difesa dell’openaccess, non deve rimanere chiusa nella semplice provocazione. Come ha scritto di recente David Eaves, opendata advocate in Canada, leggere le critiche è importante. Ci aiuta meglio a formulare i nostri argomenti, ci rende più intelligenti e migliori, perché più responsabili. La critica ci aiuta anche a conservare una memoria degli eventi, ma solo se da questi contribuiamo a creare argomenti di dibattito.

In un paese come l’Italia, la ricerca è diventata un disvalore proprio perché, a poco a poco, il pensiero critico in ambito pubblico è diventato il peccato più grande.

Ad alcuni mesi di distanza il polverone sollevato da Science può dare agli open advocate –chiunque si batta per la causa di una maggiore partecipazione nei processi fondamentali della società– almeno tre argomenti sui quali riflettere.

Siate più critici – sostenere che ci sia qualcosa da aprire, in questo caso l’accesso alle pubblicazioni scientifiche, è una rivendicazione politica di interessi sociali. Di conseguenza va trattata come tale, dichiarandola apertamente e senza paura. Perché la trasparenza si fa anche e soprattutto scoprendo le carte e motivando in modo ragionevole perché è meglio decidere x piuttosto che y.  Nel caso di Science è normale essere contro l’openaccess perché si è a difesa del proprio modello di business. Ma la strategia del pavone non funziona se il tuo modello subscription based è già minato dalla presenza di framework nazionali e comunitari che impongono la pubblicazione open per ricerche finanziate con soldi pubblici. La qualità del meccanismo passa in secondo piano quando il punto è scegliere se cambiare il modello con il quale si produce e si distribuisce ricerca oppure no.

Trasformate la tensione in coesione – all’interno dell’openaccess esiste una tensione reale. Concordiamo sulla necessità di accelerare il knowledge transfer in tutti i campi della ricerca –dalle scienze naturali alle umanistiche. D’altra parte c’è unanime disaccordo sul modello di business: per veicolare il valore dell’OA dobbiamo anche fornire un modello che non faccia ricadere i costi soltanto su uno degli attori e che dia  vantaggio a tutte le parti in gioco –editori, enti, ricercatori., lettori, investitori. Rendere la scelta politica permette di raggiungere un punto fondamentale: qualunque sia la soluzione proposta, se non è partecipata è destinata a fallire sul nascere. Se non si condivide il perché di un’azione nessuna azione può avere successo, perché mancherà di contributi reali.

Abbattete muri – i problemi della ricerca non toccano i ricercatori finché i ricercatori non sono toccati dai problemi. E per esperienza, non fate mai arrabbiare un ricercatore. Ma sono tendenzialmente pigri, finché non trovano uno strumento per lottare. Qui ne propongo uno, facile, veloce, ed efficace. Si chiama “OpenAccessButton”, un bottone da aggiungere alla bookmark bar del proprio browser che permette di segnalare ogni qual volta ci si scontra con un paywall. Il paywall è la pagina che richiede il pagamento per la visione di una pubblicazione.  Il progetto, che è online da qualche mese, è in open source e permetterà di quantificare la domanda di accesso alle pubblicazioni chiuse. Insieme, anche di accrescere la consapevolezza all’interno della stessa comunità dalla quale la questione dell’Openaccess dovrebbe emergere con più forza.

 

#invasionidigitali + #beniculturali con l’unione #liberiamolacultura

luca corsato - 03/18/2014 in beniculturaliaperti, Cultura, Open data, OpenGLAM, openheritage, openknowledge

Incontro_di_leone_magno_e_attila_01Ci si chiedeva “come mai non si ottengono risultati”

Ci si chiedeva “come mai non si ottengono risultati”. Ci si chiede perché il movimentismo rumoreggia forte ma ottiene poco. In attesa di scoprire quali possano essere le risposte definitive, noi sperimentiamo se è ancora valido il concetto di l’unione fa la forza. Il progetto #beniculturaliaperti si fonde in #invasionidigitali.

Nell’era di tutti connessi

Nell’era di tutti connessi si ipotizza che il network possa essere contemporaneamente garanzia di individualismo e comunità, ma come sempre i concetti richiedono l’applicazione e questa deve tener conto dei contesti e delle persone. InvasioniDigitali sono innanzittuto persone che hanno trovato il modo di rappresentarsi in un’azione ovvero l’occupazione fisica dei luoghi. #beniculturaliaperti si è rappresentato in un concetto che considera i dati dell’arte un elemento fondante di conservazione, ricerca scientifica, evoluzione professionale. Quindi i due progetti sono assolutamente complementari: perché non fondersi?

http://youtu.be/hYyLH9l4_EM

Oggi siamo davvero felici di darvi questa notizia!

Oggi siamo davvero felici di darvi questa notizia! Per questo #‎invasionidigitali‬ e ‪#‎beniculturaliaperti‬ sono lieti di annunciare la loro fusione in un’unica invasione: allegramente come si è sempre fatto entreremo nei luoghi che abbiamo ereditato e che vogliamo vivere in ogni loro aspetto. Quello in cui crediamo lo trovate nel nostro manifesto “rinforzato”, mentre il motivo che ci ha spinto a convolare a giusta unione è presto detto: quando si hanno intenti comuni è fondamentale unire le forze e concentrarsi sull’obiettivo. Noi invadiamo e sappiamo che solo la forza d’urto della banda può portare trasformazione e quindi siamo disinteressati al chi e ci concentriamo sul quanti e come, perché la forza non sta nei nomi ma nella condivisione delle idee, degli obiettivi, del divertimento e siamo pronti ad abbracciare chiunque voglia venire a fare con-fusione con noi!

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Il Manifesto: Crediamo che

Il Manifesto: Crediamo che l’applicazione al settore dei beni culturali delle nuove forme di comunicazione partecipata e della multimedialità, sia da considerare una occasione irrinunciabile per garantire la trasformazione delle istituzioni culturali in piattaforme aperte di divulgazione, scambio e produzione di valore, in grado di consentire una comunicazione attiva con il proprio pubblico, e una fruizione del patrimonio culturale priva di confini geografici e proiettata verso un futuro nel quale la condivisione e il modello dell’open access saranno sempre maggiori.

Crediamo in nuove forme di conversazione e divulgazione del patrimonio artistico non più autoritarie, conservatrici, ma aperte, libere, accoglienti ed innovative.

Crediamo in un nuovo rapporto fra il museo e il visitatore basato sulla partecipazione di quest’ultimo alla produzione, creazione e valorizzazione della cultura attraverso la condivisione di dati e immagini.

Crediamo che il riuso dei dati e delle immagini dell’arte attraverso le piattaforme che mettono in connessione fra loro visitatori, esperti, studiosi, appassionati, possa attivare la produzione di contenuti personali UGC (User Generated Content), a beneficio di processi co-creativi di valore culturale ed economico per tutti.

Crediamo in nuove esperienze di visita dei siti culturali, non più passive, ma attive, dove la conoscenza non viene solo trasmessa ma anche costruita, dove il visitatore è coinvolto ed è in grado di produrre egli stesso forme d’arte.

Crediamo che internet ed i social media siano una grande opportunità per la comunicazione culturale, un modo per coinvolgere nuovi soggetti, abbattere ogni tipo di barriere, e favorire ulteriormente la creazione, la condivisione, la diffusione e valorizzazione del nostro patrimonio artistico.

Crediamo che Internet sia in grado di innescare nuove modalità di gestione, conservazione, tutela, comunicazione e valorizzazione delle nostre risorse.

Crediamo nella semplificazione delle norme per l’accesso e riuso dei dati dei Beni Culturali per incentivarne la digitalizzazione.

Crediamo nella necessità di confronto fra tutti gli attori dei beni culturali perché le idee non rimangano isolate ma possano circolare e ispirare altri a migliorarle e renderle operative perché solo dallo scambio di conoscenze deriva altra conoscenza. Siamo convinti che questo scambio non debba limitarsi ai confini di un paese ma possa, e debba, essere internazionale.

Crediamo che l’Arte diventi Conoscenza quando viene condivisa

 

Contribuisci anche tu a #liberarelacultura, aderisci al manifesto e partecipa alle #invasionidigitali

‪#‎Liberiamolacultura‬

immagine: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f4/Incontro_di_leone_magno_e_attila_01.jpg

“Open-washing” – La differenza fra aprire i dati e semplicemente rendenderli disponibili

Maurizio Napolitano - 03/11/2014 in Open data

(Questa è la versione italiano del post di blog inglese “Open-washing” – The difference between opening your data and simply making them available tradotto da Christian Villum dall’articolo originario in danese “Openwashing” – Forskellen mellem åbne data og tilgængelige data)
La settimana scorsa, la rivista danese Computerworld, in un articolo intitolato Check-list per l’innovazione digitale: Queste sono le cose che dovete sapere, ha sottolineato come sempre più aziende stanno scoprendo che dare agli utenti l’accesso ai dati è una buona strategia di business. Fra le osservazioni pubblicate

(traduzione dal danese) Secondo quanto dice Accenture per molte aziende innovative sta diventando sempre più chiaro che i propri dati debbano essere trattati come un’altra catena di distribuzione: dovrebbero essere fruibili facilmente e senza ostacoli attraverso l’intera organizzazione e forse anche fuori dal ecosistema interno – ad esempio attraverso API completamente aperte.

Hanno quindi utilizzato Google Maps come esempio. Innanzitutto questo non è un esempio perfettamente calzante: come ha anche sottolineato il blogger Neogeografen, Google Maps non offre dati grezzi, ma solo una rappresentazione dei dati originari. Non si è poi autorizzati a scaricare e modificare i dati a farne uso su un proprio server.

Inoltre non ritengo del tutto accurato evidenziare Google e il suo Maps come un esempio ottimale di scenario imprenditoriale che offre un flusso di dati senza ostacoli al pubblico. È vero che il servizio offre solo alcuni dati, ma solo con una modalità particolarmente limitata – e per niente open data – È corretto affermare che offrono alcuni dati, ma con una via particolarmente limitata – e con una modalità per niente open data – e quindi non in maniera progressiva come suggerisce l’articolo.

Non vi è però alcuna ombra di dubbio che sia difficile accusare Google di non essere una azienda innovativa. L’articolo afferma come i dati di Google Maps sono utilizzati da oltre 800.000 applicazioni e aziende in tutto il mondo. Pertanto è vero, Google ha aperto parte del suo silo – ma solo in un modo molto controllato e limitato, che lascia queste 800.000 aziende dipendenti dal flusso continuo di dati da parte di Google senza permettere loro di controllare le stesse materie prime su cui stanno basando il loro stesso lavoro. Questa particolare modalità di rilascio dei dati mi porta sul problema che stiamo affrontando: Capire la differenza fra il rendere i dati disponibili e renderli aperti.

Gli open data si caratterizzano non solo perché sono disponibili, ma perché sono sia aperti sul piano giuridico (cioè rilasciati sotto una licenza aperta che ne permetta il pieno riuso con al massimo l’obbligo di dare credito alla fonte e rilasciarli con la stessa licenza) che tecnicamente disponibili in massa attraverso formati machine readable – contrariamente a quanto offre Google Maps. Può essere che i loro dati siano disponibili, ma non sono aperti. Questa, tra l’altro, è una delle ragioni per cui la comunità globale che ruota attorno OpenStreetMap – l alternativa 100% open, – è in rapida crescita ed un numero sempre più crescente di aziende ha deciso di impostare invece i propri servizi su questa iniziativa aperta.

Ma perché è importante che i dati siano aperti e non solo disponibili? Open data rafforza la società e costruisce una risorsa condivisa, con la quale tutti gli utenti, i cittadini e le imprese sono arricchiti e potenziati, non solo i collezionisti e gestori di dati. A questo punto ci si chiede “Ma perché le aziende dovrebbero spendere soldi per raccogliere dati e poi darli via?”. Aprire i dati e realizzare un profitto non sono due azioni che si escludono a vicenda. Facendo una rapida ricerca su Google si scopre che ci sono molte aziende che offrono dati aperti creando opportunità di business – e credo che siano queste quelle che dovrebbero essere evidenziate come di particolare interesse sugli articoli di innovazione come quello di Computerworld

Un esempio è l’azienda inglese OpenCorporates , che offre il suo crescente repository di dati del registro delle imprese come dati aperti, e quindi si posiziona abilmente come una risorsa da seguire in quel campo. Questo approccio rafforza la possibilità di offrire servizi di consulenza, analisi dei dati e altri servizi personalizzati per imprese e il settore pubblico. Altre imprese sono invitati a utilizzare i dati, anche per uso agonistico o per creare altri servizi, ma solo sotto la stessa licenza di dati – e fornendo così una risorsa derivata utile per OpenCorporates. Qui c’è la vera innovazione e sostenibilità, rimuovendo in modo efficace i silos e la creazione di valore per la società, non solo per le imprese coinvolte. Open data crea crescita e innovazione nella nostra società – mentre il modo di Google di offrire i dati crea probabilmente crescita ma solo per … Google.

Stiamo assistendo a una tendenza sempre crescente di ciò che può essere definito “open-washing” (ispirato a “greenwashing“), che significa che ci sono produttori di dati che sostengono che i loro dati sono aperti, anche quando non lo sono, e quindi li rendono disponibili attraverso termini di riuso limitanti. Se noi, in questo momento critico della società guidata dai dati, non siamo criticamente consapevoli della differenza, finiremo per mettere i nostri flussi di dati vitali in infrastrutture di silos di proprietà di società internazionali. Ma finiremo anche per elogiare e sostenere il modo sbagliato di realizzare uno sviluppo tecnologico sostenibile.

Per saperne di più visita la pagina della open definition e questa introduzione al tema dei dati aperti da parte della Open Knowledge Foundation. Per esprimere la tua opinione unisciti alla mailing list di Open Knowledge Foundation.

Arriva l’Open Data Census Italia: servono reviewers

Maurizio Napolitano - 02/23/2014 in Open data

census

Partecipa al censimento dell’open data delle città italiane
http://it-city.census.okfn.org/

Nel 2012, OKFN, ha dato vita al progetto Open Data Census, ovvero un censimento per individuare i livelli di apertura dei dati delle varie nazioni nel mondo. Nel 2013 sono stati pubblicati i risultati come il primo Open Data Index, arrivando, lo scorso autunno, a coprire 700 dataset di 70 Paesi. Questa azione ha dimostrato di essere stata utile nel guidare il rilascio di Open Data in tutto il mondo. Tuttavia, ci sono moltissimi dati, a livello locale, che sono più rilevanti nella vita quotidiana dei cittadini. Così lo scorso anno, in seguito ad un progetto pilota, si è deciso di estendere questo alla dimensione della città. Come sezione italiana ci siamo interrogati, a suo tempo, su come adattare il census in Italia guardando le regioni, o province e individuando le dimensioni per cui si ha la competenza per aprire i dati.

Ieri, però, il buon Andrea Raimondi, ha partecipato all‘Open Data Day di Londra, e lì – assieme a Rufus Pollock – ha preparato il setup per le città italiane. Usciamo dalla logica di pensare a chi detiene la tipologia di dato, cerchiamo piuttosto di creare comunità interessate al tema dell’open data, scalando sulla dimensione cittadina che è quella più vicina alle persone. In questo modo cerchiamo di riuscire a creare un effetto cascata per cui, chiunque ha quei dati, si accorge dell’importanza di renderli disponibili a chiunque.

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Scateniamo un po’ di sana concorrenza, cerchiamo di rendere l’Italia una vera realtà open data, facciamolo attraverso questo censimento.

Diventa anche tu un reviewer di http://it-city.census.okfn.org. È semplice, divertente, crea interesse, crea comunità. Ti aspettiamo! E se la tua città manca non esitare a segnalarcelo, per ora abbiamo inserito i capoluoghi di regione.

contributecensus

Un reviewer ha il compito di rispondere ad alcune semplice domande: esiste il dato? è distribuito in formato digitale? è disponibile pubblicamente?  è disponibile gratuitamente? è disponibile online? è in un formato machine-readable? è disponibile interamente? è distribuito con una licenza aperta? è aggiornato? data_entry A cui si aggiungono poi indicazioni su dove si trova il dato, chi lo gestisce, quando è stato rilasciato, il formato ecc… E, infine, di dare un voto da 1 a 10 sulla qualità del dato per struttura e contenuto aggiungendo un commento. Ogni review viene poi messa in discussione da chiunque ne partecipa e così avremo, con il supporto di tutti, una bella visione di insieme della situazione italiana degli open data.

Pertanto ancora: diventa reviewer! Adotta una città :)

Usare licenze open non è difficile. Eppure…

simone aliprandi - 01/22/2014 in Licenze, Open data, Riuso

Wired Italia toglie la licenza CC dal sito e fa un pasticcio. Ma è così difficile usare correttamente le licenze?

Faccio subito una premessa: a me Wired è sempre piaciuta come rivista. La conobbi la prima volta quando nel 2004 promosse The Wired CD, uno dei primi e più importanti esempi di compilation di musica sotto licenza Creative Commons, diffusa su scala internazionale.

Fu così che quando Condè Nast decise di inaugurare nel 2009 l’edizione italiana, io non esitai ad abbonarmi; e da quel momento ho sempre rinnovato l’abbonamento biennale fino ad oggi.

Nel 2010 accolsi con estrema soddisfazione l’annuncio fatto pubblicamente da Riccardo Luna (primo direttore) di sposare il modello open content. Iniziarono a comparire sulla rivista vari articoli sul mondo open e al sito Wired.it venne applicata una licenza Creative Commons. Ottimisticamente speravo che prima o poi anche la rivista cartacea avrebbe fatto quel passo, quantomeno su alcune specifiche rubriche o su singoli articoli, dedicati appunti ai temi dell’openness e delle nuove forme di diritto d’autore. In fondo, sarò un pedante, ma considero un atto di coerenza che quando si scrive di certi temi, l’autore e l’editore siano i primi a dare il buon esempio. Forse qui chiedo troppo, quindi tralasciamo.

Purtroppo non fu così; quindi dovetti accontentarmi di vedere solo il sito sotto CC. Era comunque un buon compromesso, dal momento che sul sito c’erano comunque buoni contenuti, spesso sulla falsariga di quelli presenti sulla rivista.

Nelle scorse settimane, mi capita di tornare sul sito e di notare che è stato fatto un sostanziale restyling del sito web; presto mi accorgo che il link alla licenza Creative Commons è scomparso. Quindi il mio sesto senso di giurista-nerd mi porta presto alla pagina “Condizioni di utilizzo” dove scopro che l’unico residuo riferimento alla licenza Creative Commons è nella sezione “Utilizzo dei materiali e delle informazioni fornite dall’utente”.

In pratica, i contenuti originali del sito risultano così sotto full copyright (tutti i diritti riservati), mentre l’utente che carica contenuti e scrive commenti deve accettare di farlo nei termini della licenza CC Attribuzione Non Commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia. A parte che non si capisce come mai si stata scelta una versione 2.5, quando siamo già arrivati alla 4.0, e che le linee guida per l’uso della licenza richiedono che sia indicato anche il link al testo dove possibile (e lì il link manca)… Ma il problema più sostanziale è che il meccanismo voluto da quei termini d’uso non funziona molto, dato che contraddice i termini stessi della licenza e quindi crea una contraddizione nelle condizioni che l’utente dovrebbe accettare.

Leggiamo il paragrafo in questione:

Con la semplice messa on line (o trasmissione) del Materiale sul Sito (o suo invio a Condé Nast), aderisci espressamente al sistema di licenza Creative Commons, nella sua versione “Attribuzione Non Commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia”, i cui dettagli sono liberamente consultabili sul sito di Creative Commons. Sei consapevole che in virtù di tale licenza Condé Nast avrà la facoltà di fare qualsiasi uso del Materiale in tutto il mondo e senza limiti temporali – con ogni più ampia facoltà di cedere o concedere tale diritto in sub-licenza a soggetti terzi – a fronte della sola attribuzione della paternità del Materiale.

Innanzitutto non si capisce bene la vera natura di questo “diritto di sub-licenza” e soprattutto la sua effettiva compatibilità con quanto stabilito dalla licenza. Poi la frase “a fronte della sola attribuzione della paternità del Materiale” non sta in piedi, dato che la licenza scelta impone altre condizioni rispetto alla sola “attribuzione”.

Il dubbio che mi viene è che chi ha redatto quei termini d’uso non abbia molto chiaro il senso delle licenze Creative Commons.

Detto questo, bisogna anche dire che l’editore di Wired è libero di scegliere il modello di gestione del diritto d’autore che risulti più adatto al suo modello di business; ci mancherebbe. Personalmente non condivido questi cambi di rotta, ma è legittimo e giuridicamente. Però, che almeno venga fatto in una maniera che risulti giuridicamente corretta. A mio avviso, un “accrocchio” giuridico come quello che si legge oggi nelle condizioni lo si può trovare sul sito di una piccola associazione culturale o di una band indipendente, ma non su quello di una delle principali case editrici del pianeta, che sicuramente ha al suo interno un ufficio legale.

Poi pensiamo ad un altro aspetto del problema, che forse è l’aspetto principale. Qual è il destino dei contenuti che in questi quattro anni sono stati pubblicati con licenza CC? Con questo quesito in testa, vado nella sezione blog del sito dove l’amica Flavia Marzano tiene un utile blog di notizie e commenti sul mondo open, e scopro che anche lì è sparito il riferimento alla licenza, e addirittura il link alle condizioni di utilizzo è “rotto”. Rimango ulteriormente perplesso.

Tuttavia, lungi da me “crocifiggere” i giuristi di Condè Nast. Tutti possono commettere imprecisioni e tutti possono riparare, come spero facciano al più presto.

Ma questo episodio mi offre l’occasione di riflettere pubblicamente su un tema a me caro e su cui forse risulto un po’ bacchettone; mi chiedo cioè: ma è davvero così difficile utilizzare correttamente le licenze open?

Il caso di Wired (che appunto ha l’aggravante di avere tutte le risorse per fare le cose nel modo corretto) è solo uno dei tanti casi di uso “fantasioso” di licenze open, (al di là che si tratti di licenze per contenuti, come le Creative Commons, o di licenze per progetti software, come la GPL. Basta leggere gli archivi delle liste ufficiali di CC per trovare regolari segnalazioni in tal senso.

Io mi occupo di questo tema (sia come avvocato sia come divulgatore) da un bel po’ di anni ormai e devo ammettere che all’inizio le informazioni che circolavano erano poche, non chiare e difficili da trovare. Ora però la rete pullula di manuali, guide pratiche, articoli divulgativi, filmati esplicativi, saggi scientifici che spiegano come operare. Ci sono anche numerosi forum online (sulle mailing list e sui social network) nonché veri e propri sportelli di consulenza gratuiti a cui rivolgersi.

Quindi basta davvero un piccolo sforzo intellettuale e un po’ del nostro tempo per entrare nell’ottica giusta. Se non si ha voglia di fare questo sforzo, ci sono consulenti specializzati (anche detti avvocati) che possono offrire il loro contributo sotto forma di prestazione professionale. Ma l’opzione “tutto subito, tutto gratis, tutto senza fatica”, benché sia molto di moda in Internet, non è contemplata, mi spiace.

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Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0

#beniculturaliaperti 2014 e primi risultati

luca corsato - 01/21/2014 in beniculturaliaperti, Cultura, Open data, OpenGLAM, openheritage

[pubblicato anche su #beniculturaliaperti] 16 gennaio 2014, io e Napo siamo andati al MiBACT per discutere gli emendamenti portando in “dote” oltre 540 sottoscrizioni e una decina di associazioni (grazie ancora!).

Premetto il ringraziamento alla Sottosegretario Borletti Buitoni che si è fatta promotrice dell’incontro, Stefano Quintarelli che fa da … Quintarelli (la sua funzione è talmente ampia che rende difficile inquadrarla) e la Direttrice dell’ICCD Laura Moro: quello che poteva essere un incontro formale si è rivelato un confronto schietto e diretto di circa un’ora e mezza, nel quale si sono condivisi gli obiettivi e le criticità in un clima di disponibilità.

Provo a riassumere

Provo a riassumere quanto evidenziato da Moro perché è nodale rispetto a quanto concordato. In sostanza è da distinguere le riproduzioni “che verranno” da quelle conservate, mentre gli elementi descrittivi sono da considerarsi “dati” a tutti gli effetti e quindi soggetti alla normativa del Codice dell’Amministrazione Digitale. Per quanto riguarda gli archivi bisogna analizzare singolarmente le tipologie di riproduzioni, anche perché ci ha spiegato che il Codice già ora consente la condivisione di determinati elementi. La sensazione avuta è che l’interpretazione della normativa in senso restrittivo sia un pregiudizio, ma è anche vero che esiste una quantità enorme di regolamenti e specificità di trattamento per le varie tipologie di riproduzione, nelle quali gli intrecci normativi risultano estremamente intricati.

Visti i riflessi del Codice

Visti i riflessi del Codice su regolamenti e decreti successivi, abbiamo concordato che la strada da percorrere sia così indicata:

  1. inserire all’interno del Codice dei BBCC un’esplicita relazione con il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD)
  2. evitare modifiche del Codice dei BBCC che obbligherebbero ad un aggiornamento continuo, quindi inserire la ratio e poi darne attuazione attraverso strumenti come Decreti Ministeriali

Gli strumenti nello specifico si articolano su due ambiti:

  1. foto d’archivio
  2. foto nuove
Abbiamo semplificato parlando di foto

Abbiamo semplificato parlando di foto, ma è da intendersi in senso più ampio come riproduzioni, e Moro ci ha accennato ad alcuni casi e devo ammettere che la gestione della complessità affrontata dagli specialisti dei BBCC non viene percepita (ed è un peccato). In termini molto semplici abbiamo concordato che è impossibile definire delle modifiche che ammettano una condivisione comprendendo anche le specificità, senza correre il rischio da apparire incomprensibili (o complesse). Per questo si pensa ad un’apertura progressiva, introducendo il concetto di gradualità mutuandolo dalle stesse Creative Commons. Questo significa inserire una disponibilità, modificabile nel tempo, al riuso che sia chiara nel momento della pubblicazione del dato.

Quindi: se la parte descrittiva di un Bene Culturale sarà rilasciata come previsto dal CAD (e le modifiche che ci potranno essere) – o come previsto da eventuali accordi per la condivisione con organizzazioni come Europeana - le riproduzioni saranno condivise con i vari gradi di riuso come previsto dalle stesse licenze di creative commons. Il concetto proposto da Moro e Borletti Buitoni è assolutamente interessante:

il riuso di una riproduzione può essere fatta senza nessun problema; se quella riproduzione è soggetta a determinati vincoli o compensi, l’Ente che gestisce quel Bene provvede a riscuotere eventuali royalty o richiedere modifiche rispetto all’uso.

Il concetto quindi è superare il regime autorizzatorio, se non in fase di richieste di eventuali chiarimenti, e di entrare in un concetto di tipologie di riuso. Questo ovviamente per le riproduzioni di archivio. Ci ha fatto molto piacere riscontrare la volontà di attivare strumenti di riconoscimento immagine contestualmente alla pubblicazione delle riproduzioni e questo ci convince molto riguardo alla strada che si sta intraprendendo.

Sulla libertà di panorama si è applicato lo stesso concetto

Sulla libertà di panorama si è applicato lo stesso concetto delle foto d’archivio. Ovvero: viene redatto un elenco – ovviamente modificabile nel tempo –  dei Beni sottoposti a vincolo di riproduzione con la costruzione di linee guida in cui verranno individuate categorie ed eventuali costi in base alle tipologie di riuso. Questo rappresenta un passo in avanti notevole soprattutto perché sia la Sottosegretario che la Direttrice hanno strettamente collegato gli introiti derivanti dalle tariffe di riuso alla pubblicazione delle voci di spesa legate a progetti di digitalizzazione o conservazione dei Beni stessi. Quindi, in ottica Wikipedia, la libertà di panorama sarebbe espressa by default attraverso un elenco di Beni esclusi perché le riproduzioni sono soggette a sfruttamento esclusivo dei Gestori o titolari del Bene, lasciando comunque discrezionalità; quindi, per esempio si passerebbe da “i Beni fotografabili sono [...]” a “tutti i Beni sono fotografabili, tranne [...]”. Il punto infatti è quello di aumentare la valorizzazione senza sottrarre la minima capacità di raccolta economica, anche per avviare un reale monitoraggio dei flussi di cassa generati dai diritti di riproduzione.

Quindi aldilà di quelli che sono gli emendamenti

Quindi aldilà di quelli che sono gli emendamenti, l’operazione #beniculturaliaperti ha permesso di avvicinare i contesti di chi vorrebbe disporre dei dati e chi ne gestisce la conservazione e catalogazione. Al momento pare più opportuno e ragionevole avanzare per passi che tendano ad una progressiva equiparazione in attesa anche del recepimento della Direttiva PSI 37/2013 che interessa proprio l’ambito GLAM. Certamente questa fase è un compromesso rispetto alle istanze di realtà come le nostre di OKFn e di Wikimedia Italia, ma già ottenere un elenco con censimento dei Beni Culturali soggetti ad esclusiva con agganciata la redditività derivata è un buon punto di partenza.

Ora si corre e si sta lavorando all’inserimento delle modifiche indicate sopra, in modo da proporle all’ufficio legale del MiBACT in tempo per la discussione alla Camera dei Deputati (e relative commissioni) delle modifiche avanzate dalla Commissione Settis. Quindi… siamo in corsa

 

immagine: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Piero_della_Francesca_-_Ideal_City.jpg

Pianificazione del proprio Open Data Day 2014

Maurizio Napolitano - 12/15/2013 in Incontri

Open Data Day è in arrivo! Il 22 febbraio 2014 nel fuso orario vicino a te!

Che cos’è?

Open Data Day è una iniziativa globale organizzata dalla comunità open data per fare e diffondere i dati aperti. In ogni parte del mondo le persone si incontreranno online o di persona per costruire valore sui i dati aperti. Chiunque è invitato a partecipare: da cittadini curiosi a giornalisti, da programmatori a scienziati, da designer ad esperti di dati.

Come funziona?

Gli eventi Open Data Day possono avere un qualsiasi tipologia di formato, lunghezza e tema, ma dovrebbero essere collegati da una serie di principi base:

  • Gli eventi devono essere tutti nello stesso giorno – Quindi il 22 febbraio 2014
  • Gli eventi devono essere inclusivi e aperti alle diversità (epistemica, geografica, socio-demografica, di linguaggio e di genere) – il nostro movimento è più forte quanto è più ampio
  • Chiunque può organizzare un evento – aggiungi il tuo nome ad un evento online/di persona nella pagina wiki. Per gli incontri di persona: cerchiamo di avere un evento per città, per massimizzare la forza della comunità locale. (Si possono avere suggerimenti sulle tipologie di eventi nel Event Handbook di Open Knowledge Foundation e nel post della nostra amica Michelle Thorne di Mozilla)
  • Hack e incontri devono essere inerenti i dati aperti
  • Mostrare e condividere – ogni evento deve presentare almeno una demo, brainstorm, proposta, da condividere online con la massa dell’Open Data Day (aggiungere al wiki link al materiale post-eventi includendo fotografie e blog post è caldamente raccomandato). Stiamo investigando maggior spazi online al più presto.
  • Party virtuali – ci proponiamo di essere connessi globalmente. Ti trovi in un posto dove non sono presenti eventi di persona? Unisciti a noi online via IRC, Hackpads o altro (maggiori dettagli e link arriveranno al più presto)Alcuni esempi per il 2014? Prova a guardare l’evento organizzato a Washington DC alla World Bank. Oppure guarda il sito giapponese dell’open data day lanciato oggi, o quello italiano.

    Invito all’azione: Aiutaci a costruire l’Open Data Day!

    Il wiki dell’Open Data Day deve essere preparato e migliorato per un piano d’azione rock del 2014. Stiamo cercando volontari stellari per aiutarci in questo. Conoscenze richieste:
    • conoscenza nella gestione di Wiki
    • capacità di lavorare con WordPress
    • competenze di design
    • capacità di creare mappe
    Già disposto/a ad aiutare nel wiki? Entra in contatto con la nostra Heather Leson. Il risultato sarà che avremmo al più presto possibile il modo di aggiungere tutti gli eventi dell’Open Data Day!. Se hai bisogno di aiuto nell’organizzare il tuo evento, iscriviti alla mailing list OKFN – Discuss oppure Open Data Day. La prossima settimana convideremo alcune risorse e pianificazioni di aiuto per gli organizzatori locali. Pronti ad aprire i dati? Unisciti alla festa! nota: traduzione dell’articolo di planning your open data day 2014 di Beatrice Martini

Cosa pensi di Open Knowledge Foundation? La community survey è aperta a tutti!

Francesca De Chiara - 11/25/2013 in Open data

Open Knowledge Foundation ha lanciato da poco una community survey e ha bisogno di voi! 

Aiutateci rispondendo al nostro questionario. Si compone di 24 domande e dura approssimativamente 10 o 15 minuti.
In Gennaio 2014 OKF condividerà i risultati e le prossime azioni. Il questionario è aperto a TUTTI, membri della comunità, amici, partner, donatori, sostenitori, critici e semplici osservatori. Il tuo contributo è importante e aiuterà la pianificazione delle nostre decisioni. Grazie!
YOU are the future of Open Knowledge! Questo l’invito nel post originale di Neal Bastek.      

 

La prima Data Expedition italiana di OKFN Italia e ISTAT @DataLab Censimenti a Bologna

Francesca De Chiara - 11/12/2013 in Data Expedition, events, Open data, Riuso, School of Data

Durante OKCon 2013  il 19 settembre all’Università di Ginevra ho avuto la possibllità di prendere parte al workshop Learn how to run your data expedition con i fantastici mentori di School of data. IMG_0841L’iniziativa che da qualche tempo lo staff di Open Knowledge Foundation porta in giro per il mondo si è rivelata estremamente di successo grazie all’adozione di un format flessibile ma ben strutturato in cui i partecipanti in possesso di diverse competenze hanno l’opportunità di lavorare in gruppo a partire da un specifico set di dati messo a disposizione dai tutor per approfondire un tema e sviluppare una storia. La formula di School of Data senza dubbio è particolarmente divertente e produttiva in termini di risultati finali e non richiede prerequisiti particolari da parte di chi partecipa e invita e promuove il riutilizzo dei dati. Questa è infatti la missione primaria di chi si avventura in una data expedition. Cinque le figure che servono in una squadra per portare a termine una “spedizione”: storyteller, scout/esploratore, analista, progettista, designer. Dopo quell’esperienza alla fine di ottobre abbiamo avuto l’occasione di sperimentare finalmente questo format entusiasmante in Italia,  a Bologna, durante la SmartCityExhibition 2013, nell’ambito del DataLab Censimenti organizzato da ISTAT in collaborazione con il local chapter di Open Knowledge Foundation e il supporto di ForumPA.

IMG_0914La nostra missione era riutilizzare i dati del Censimento Industria e servizi e del Censimento Istituzioni no profit 2011. Il team di mentori e facilitatori composta da chi vi scrive, Marco Montanari e Milena Marin di School of Data in collegamento da San Paolo del Brasile, si è avvalso dell’ausilio di due giovani ricercatrici ISTAT, Chiara Orsini e Daniela De Francesco che ci hanno offerto dettagli sui dati presenti nel datawarehouse di ISTAT, e hanno risposto alle domande e curiosità dei vari gruppi durante le tre ore di workshop. IMG_0917

RISULTATI 

I risultati della data expedition sono stati interessanti. Qui trovate un piccolo riassunto dei lavori finali che i gruppi hanno presentato:

IMG_0906Gruppo 1: ricerca sul numero di addetti impiegati nel no profit suddivisi per aree territoriali per tipologia di settore. I risultati sono stati presentati da Paola e Luciano.

 

IMG_0901Gruppo 2: il secondo gruppo, composto da Luca, Luigi e Paola Liliana ha elaborato i dati disponibili sulle industrie manifatturiere, calcolando la variazione delle quote di addetti nell’arco del decennio 2001-2011.

Gruppo 3: Il terzo gruppo era partito ambiziosamente, confrontando il Censimento istituzioni no profit e imprese 2011 e 2001 alfine di calcolare l’evoluzione dell’occupazione nel settore sanitario e nei servizi sociali, elaborando le differenze tra gli addetti del no profit impiegati in tali attività e i dipendenti, per passare successivamente in corsa ad un seconda missione: l’analisi del confronto tra Censimento 2011 e 2001 delle imprese, procedendo con un confronto per aree geografiche.  I risultati di questa data expedition sono stati molto interessanti: Andrea Nelson e compagni prendendo le venti regioni italiani hanno osservato dove ci fossero stati gli aumenti maggiori. Nelle poche regioni in cui ci sono state delle diminuzioni in termini di addetti si è visto che il Piemonte ha perso circa 80mila addetti in dieci anni, naturalmente concentrate su FIAT Torino, mentre il Lazio ha guadagnato quasi mezzo milione di addetti, ma in questo caso si parla di sedi madri delle imprese e non di addetti per unità locale. Dunque considerando che molte sedi madri sono collocate a Roma mentre le unità locali sono sparse sul territorio nazionale, il dato sul Lazio risulta assolutamente sovradimensionato.IMG_0902

L’analisi dei dati sulle imprese per settori di attività economica ha confermato che in dieci anni l’attività manifatturiera ha perso circa un milione di addetti, si registra un aumento di entità considerevole di alcune attività nei servizi soprattutto nella ristorazione e albergaggio cresciuti di 400mila unità e una crescita in sanità di 150mila unità mentre in attività professionale scientifica di 240mila e attività di supporto alle imprese di quasi 300mila. Dopo aver deciso di “esplodere” le attiviità manufatturiere nelle sottosezioni si è osservato che sono quasi tutte sono in perdita, perdite considerevoli si regitrano nei seguenti settori: meccanico, abbigliamento, prodotti in metallo, industrie tessile. In controtendenza leggera e in valori assoluti la fabbricazione di macchinari e apparecchiature, per esempio il packaging a Bologna. Il dato dell’evoluzione dell’occupazione dal lavoro manifatturiero verso i servizi segnala un “ammodernamento” della forza lavoro italiana,  ma la grande crisi nel settore dell’auto viene confermata dai dati ISTAT e inoltre non viene compensata dal ricollocamento di questi lavoratori nel settore dei servizi.

IMG_0908Gruppo 4: Il quarto gruppo di Matteo ha presentato un lavoro su “Possibili problematiche contrattuali nell’evoluzione del terzo settore – Il caso del settore sanitario” e ci ha spiegato come fosse il rapporto sia dimensionale dal 2001 al 2011 delle associazioni e aziende che operano nel settore, sia il rapporto tra volontari e dipendenti e all’interno dei dipendenti capire quale tipo di contratto fosse quello principale e soprattutto quali problematiche questo potesse aprire.

Qui trovate un po’ di galleria immagini:

 

 

IMG_0909IMG_0915 I commenti finali dei partecipanti sono stati molti incoraggianti. Paola ha dichiarato di essere riuscita con successo a estrarre un file csv dal datawarehouse ISTAT, elaborare e creare un istogramma con l’aiuto dell’analista che faceva parte del suo team, Luciano. Luca Corsato ha sottolineato l’importanza della miscela di competenze alla base dei gruppi di lavoro nella data expedition ringraziando Luigi Bidoia, uno dei partecipanti che ci ha presentato nel frattempo uda.studiabo.it portale che lui stesso ha sviluppato con l’obiettivo di aiutare gli export manager a leggere i dati sui flussi di commercio estero, fondamentali per conoscere l’evoluzione dei vari mercati.

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Da partecipante a Ginevra a facilitatrice a Bologna per me il passo è stato breve e soprattutto stiamo programmando di ripetere l’esperimento al più presto, partendo da altri dataset, all’insegna del motto di School of data:

 

Un ringraziamento speciale a ISTAT, Vincenzo Patruno e Forum PA che ha dato la possibilità a OKFN Italy di realizzare questa data expedition. Per informazioni scriveteci o seguite il nostro account Twitter @OKFNItaly

la DataExpedition di School of Data di OKFN a Smartcity Exhibition

Maurizio Napolitano - 10/18/2013 in Cultura, Open data

SMARTCity2013Logo2All’interno degli eventi Smartcity Exhibition, ISTAT ha organizzato una sezione DataLab dove avvicinare alla cultura del dato e a come farne uso. Nel lungo programma, oggi e’ di scena, la Data Expedition che sarà condotta da Milena Marin (collegata via skype dal Brasile), Francesca De Chiara e Marco Montanari.

La DataExpedition è un format del progetto School of Data di OKFN che porta ad avvicinare le persone ad imparare a gestire dati.

Si tratta del primo passo di questo percorso.

Ma di cosa si tratta ce lo spiega meglio proprio Milena in questa video intervista via skype